Una bottega di artigiani detenuti

Il laboratorio di cartotecnica e legatoria di AltraCittà
La storia di Pietro, Florin, Altin e Ahmed

Pietro sta ultimando una scatola destinata a ospitare delle icone da collezione, si tratta di un lavoro su commissione. Le misure le ha scelte il cliente, ne vuole quattro di dimensioni differenti: dall’idea dell’oggetto che sarà, così nasce un lavoro artigianale.
Dalle misure, infatti, si procede a tagliare il cartone e si fanno le piegature; quindi si riveste l’interno e poi si rinforzano i bordi, per rendere la scatola più resistente, “se no, dura da Natale a Santo Stefano” dice scherzando Pietro. Solo allora si può provvedere al rivestimento esterno con la carta, ovvero la scatola come la vedremo.

Siamo a Padova, all’interno della Casa di reclusione Due Palazzi. Quello di cartotecnica e legatoria è stato il primo laboratorio di AltraCittà, la cooperativa sociale che dal 2003 costruisce percorsi di formazione e lavoro per, e con, le persone detenute.
Il laboratorio si trova all’inizio di un lungo corridoio che ospita alcune delle attività svolte in carcere. C’è la biblioteca gestita dalla cooperativa, il laboratorio di digitalizzazione e quello di assemblaggio in collaborazione con Fisher Italia, la redazione di Ristretti Orizzonti e, per l’appunto, il laboratorio di cartotecnica e legatoria.

A vederlo così appare come un’officina creativa di tutto rispetto: all’interno troviamo un grande tavolo da lavoro, gli strumenti del mestiere rigorosamente a vista, le bozze, gli scaffali ripieni di materiali, i macchinari e ovviamente i prodotti ultimati. Aspettano di lasciare il carcere alla volta di AltraVetrina, sita in via Montà 182, sede della cooperativa e bottega dove è possibile acquistare i manufatti.

AltraVetrina è un posto speciale per la cooperativa, rappresenta infatti il luogo d’incontro tra lavoratori, amici, cittadini e persone detenute. C’è l’ufficio di AltraCittà, dove ogni giorno Rossella, Sabina e le due Valentine si scambiano idee per far crescere questa realtà. C’è un’ala adibita a laboratorio di restauro della carta e del libro, curato dalle mani e dai baffi di Alberto. E infine c’è la bottega vera e propria, dove poter toccare con mano il lavoro di Pietro e degli altri. Fatti a mano in carcere, recita il marchio dei prodotti realizzati dalla cooperativa.
Già, tutto fatto a mano nel laboratorio, persino la carta usata per i rivestimenti. “Partiamo dalla carta bianca, quella da pacchi regalo, si umidiscono i fogli e col pennello si passa una mano di colore”, illustra Pietro. Il tutto viene poi steso con il rullo e infine si personalizza il prodotto con i disegni manuali. Per questo ogni pezzo è diverso dall’altro. In fondo è esattamente questo che fa l’artigiano: realizzare un prodotto unico alla volta, perché ogni oggetto di artigianato è un manufatto con una storia a sé. Un po’ come per le scatole per icone che sta creando Pietro.

Quelle scatole ospiteranno oggetti destinati a girare l’Italia per fiere e mostre. Ciò che non racconteranno, però, è la giornata di lavoro richiesta per realizzarle. Una giornata scandita da eventi e pensieri come qualsiasi altra. Oggi ad esempio Pietro era un po’ preoccupato per la salute del nipotino di un anno che si è rotto un braccio. Di fatto i turbamenti quotidiani sono gli stessi per chiunque, anche in un carcere, perché ciò che preoccupa l’uomo è tale in ogni luogo.

Una storia a sé, dicevamo. È così per ogni prodotto che esce dal laboratorio. Agende, quaderni, matite, segnalibri, bomboniere, blocchi per appunti e molto altro ancora: questi i manufatti che realizza AltraCittà. Ciascuno di essi esige cura, attenzione e pazienza. Tanto per fare un esempio, un’agenda richiede circa mezzora di lavoro, un’ora intera se consideriamo anche le attese per i tempi di asciugatura. Non stiamo parlando quindi di una produzione industriale, ma proprio per questo il prodotto che ne risulta è un pezzo di pregiata fattura.

Si tratta di un vero e proprio mestiere artigianale, uno dei tanti che nonostante la modernità che imperversa in ogni ambito della nostra vita, resiste nella tradizione.
Pietro l’ha appreso proprio qui, in carcere. Ha frequentato prima un piccolo corso di formazione della durata di tre mesi, dove ha imparato i rudimenti del mestiere. Li racconta così: “fortunatamente avevo già una buona manualità, ma guardando Altin ho appreso tutto quanto c’era da sapere. Lui è un genio in questo lavoro.”

Altin è uno degli oltre trenta soci della cooperativa. Oggi lavora fuori dal carcere usufruendo dell’ammissione al lavoro, una delle cosiddette misure alternative alla detenzione. E da luglio percepisce anche una borsa lavoro. Tre mattine alla settimana è impiegato nel laboratorio di restauro della carta e del libro dell’Archivio generale del Comune di Padova, due pomeriggi all’Archivio del settore sociale e altre tre mezze giornate si dà da fare con le sue creazioni presso Altra Vetrina.

E così, anno dopo anno, le conoscenze si tramandano e il mestiere passa di mano. Gli ultimi arrivati sono Florin e Ahmed, hanno iniziato da poco, prima erano impiegati in altri laboratori. Pietro sta restituendo quanto appreso grazie ad Altin, formando Florin ed Ahmed con pazienza e passione. Perché se c’è una cosa che certi mestieri sanno infondere in chi li esercita, è proprio la passione.

Alla domanda cosa ti piace di più, Pietro risponde sorridendo “tutto, non pensavo, dalla tranquillità del laboratorio alla possibilità di liberare le proprie idee e dar spazio alla creatività”. E aggiunge: “Quello che non mi piace tanto è fare la carta riciclata, perché per realizzare un po’ di fogli occorre una giornata intera; però va fatta e la faccio”. Sorride anche adesso. La radio, canzone dopo canzone, scandisce i tempi del lavoro e la mattinata scorre veloce.

Sebbene non si veda, c’è tutto questo dietro a un segnalibro, una scatola e gli altri prodotti di AltraCittà. È bello poter sapere che alcuni oggetti sono ancora fatti da persone per altre persone. Manufatti che ogni giorno puoi scoprire dietro gli scaffali di AltraVetrina, luogo da visitare, indubbiamente, ma anche un’occasione per sostenere i progetti d’integrazione che AltraCittà porta avanti sul territorio. E perché no, portarsi a casa uno delle tante opere di Pietro, Altin, Florin e gli altri. Tutte rigorosamente fatte a mano, come soleva una volta.

(a cura di Dario Amodeo)

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